Un nuovo modello di sviluppo per costruire la Rinascita economica dell’Italia

PDCdP

Stiamo per uscire dalla fase più drammatica di questa crisi, presto riaccenderemo quasi tutti i motori dell’economia. Su quali basi l’Italia dovrà ripartire? Diverse sono le proposte su cui si lavora, elaborate dalle forze sociali, da associazioni, da task force o gruppi di esperti. Il dibattito è intenso, buona notizia: lo spirito civico del Paese è vivo, il senso di comunità nazionale nel mezzo di questa tragedia forse è più forte. E noi auspichiamo che tutti comprendano l’importanza della solidarietà e della giustizia sociale, per affrontare l’emergenza e le grandi sfide che ci aspettano. Se sarà così, non solo ritorneremo alla nostra vita di prima. Ma forse diventeremo un paese migliore: più moderno, meno diviso.

Il PD lavora per questo. Il nostro impegno è creare le condizioni per una vera e propria «rinascita» dell’Italia. Dove non solo ripartirà l’economia, ma riusciremo finalmente a metterci in cammino su una strada nuova, più ambiziosa. Con l’obiettivo di farci uscire da un declino che dura ormai da una generazione, e che a poco a poco ci sta rendendo il grande malato d’Europa (sul piano non solo economico, ma anche sociale e forse culturale). Con l’obiettivo di far tornare l’Italia a essere un grande paese, uno dei punti di riferimento dell’economia e della cultura mondiali. E diciamolo subito. Noi non pensiamo che sia necessario, per questo, un governo di unità nazionale. Anzi pensiamo l’opposto. Perché la nostra strategia per la rinascita dell’Italia (e dell’Europa) è alternativa a quella della destra. E perché crediamo che, in una democrazia sana, i ruoli debbano restare ben distinti, e proprio a partire da questa distinzione ognuno debba assumersi le sue responsabilità.

Noi invece crediamo che per la rinascita economica dobbiamo chiamare a raccolta tutte le forze vive del Paese: le imprese, il lavoro, il terzo settore, come anche il mondo della scienza e della ricerca. Dobbiamo siglare un patto con gli italiani, fondato sulla solidarietà nazionale: come accadde dopo la seconda guerra mondiale, quando abbiamo creato la Costituzione e dato il via al miracolo economico, o come, in anni più recenti, siamo riusciti a fare dopo la crisi del 1992-93, con la grande stagione riformista dei governi di Ciampi e di Prodi. Ed è una politica che, a ben vedere, abbiamo già avviato: in Italia, con il patto fra imprese e sindacati siglato nelle settimane scorse, per gestire l’emergenza, e con l’ampia varietà di strumenti di aiuto alle imprese e alle persone (a tutte le persone, a cominciare dai più deboli) che stiamo mettendo in campo; in Europa, con l’impegno strenuo per una politica economica diversa, che veda al centro l’ambiente, la lotta alle disuguaglianze e a tutti i tipi di divari, rompendo con le rigidità e gli errori del passato.

Si tratta di orientare l’economia italiana ed europea verso un nuovo modello di sviluppo. Dove l’innovazione sia posta al servizio della qualità della vita delle persone: dall’ambiente alla salute, a un lavoro stabile e ben pagato. E dove il contrasto radicale alle ingiustizie sociali torni a essere una priorità della politica: perché è giusto innanzitutto, e poi perché fa bene all’economia e anche alla vita civile.

Mettiamoci in cammino verso questo obiettivo. Quali sono i grandi assi strategici su cui dobbiamo cominciare a lavorare? Il primo è la riforma e il potenziamento dell’amministrazione, la riduzione della burocrazia. Serve anche per attrarre investimenti e realizzare le necessarie infrastrutture: sociali, di trasporto e digitali. Intendiamoci. Noi non vogliamo l’estensione frettolosa e indiscriminata di modelli emergenziali, in spregio ai vincoli ambientali, ai diritti del lavoro e alla trasparenza e alla legalità nei subappalti, e che non risolvono ma solo aggirano (temporaneamente) i nostri mali storici; ma una riforma seria e organica che semplifichi la vita ai cittadini e premi l’efficienza e le imprese più competitive. Questa riforma si accompagnerà all’immissione in ruolo, nei prossimi due anni, di cinquecentomila nuove leve, che dobbiamo selezionare con attenzione (non solo in base alle competenze di settore ma anche a quelle organizzative): anche per questo è adesso il momento di intervenire, cambiando le regole insieme alle persone, vincendo anche le resistenze degli apparati. Ed è una riforma che deve investire anche le istituzioni, per superare i difetti dell’attuale regionalismo offrendo così più certezze e pari diritti ai tutti i cittadini, o per tornare finalmente a dare valore centrale alla nostra sanità pubblica.

Il secondo punto è un grande piano di modernizzazione e innovazione in direzione del «Green New Deal», che riguardi sia le imprese, sia la vita di tutti i giorni dei cittadini: che sia volano di crescita per l’economia e porti anche a una qualità della vita migliore. Si pensi solo al rilancio dell’edilizia, orientandola in maniera chiara al risparmio energetico, con vantaggi per i cittadini ma favorendo in questo modo anche le imprese più sane e competitive, contrastando il nero. Si pensi al tema del riordino degli incentivi all’industria, togliendo quelli dannosi per l’ambiente e sostituendoli con altri di segno opposto (e si pensi, si ricordi, che la Pianura padana è oggi l’area più inquinata di tutto il mondo avanzato).

Il terzo tema è l’impegno a investire sull’istruzione e la ricerca scientifica, portandole finalmente ai livelli degli altri paesi avanzati (quanto ne abbiamo bisogno!), e a impostare una politica industriale che premi l’innovazione e salvaguardi i settori strategici. Sull’istruzione, dove già eravamo indietro, pensate solo a quanto dobbiamo recuperare dopo mesi di chiusura delle scuole; tenendo presente che le lezioni a distanza hanno aumentato ancora di più le disuguaglianze, a danno di coloro con alle spalle condizioni familiari più difficili. Dovremo investire molto su questo, perché la lotta alle disuguaglianze e per una società più avanzata e moderna comincia proprio dalla scuola. La politica industriale per l’innovazione viene di conseguenza, ne è la naturale prosecuzione. Avrà bisogno di un intervento pubblico attivo e di una direzione strategica chiara, senza timidezze. Come per il Green New Deal, noi vogliamo farlo in accordo e in linea con l’Europa, in grandi aree sistemiche come la sanità e la biogenetica, l’automazione e la telematica, le tecnologie verdi: sono questi i settori dove l’Europa (e l’Italia con lei) può e deve ambire a una leadership globale, e dove si giocherà la crescita economica mondiale nei prossimi decenni.

Non ultimo, anzi vitale anche per le altre politiche, la lotta alle quattro disuguaglianze che feriscono e imprigionano il nostro Paese: sociali, territoriali, generazionali, di genere. Da questo punto di vista l’Italia, nel complesso, è l’economia dell’eurozona in assoluto più diseguale. E porre fine a questa situazione è fondamentale per sbloccare l’ascensore sociale e liberare tutto il nostro potenziale produttivo. Una lotta che veda anche – perché no – la creazione di un fisco più semplice e giusto, che contrasti l’evasione e la rendita improduttiva e premi invece il lavoro e gli investimenti, per garantire risorse a chi ne ha meno e al contempo aiutare a creare ricchezza. Una lotta che coinvolga finalmente anche gli immigrati, di tutti i tipi, e più in generale i lavoratori sfruttati e precari, per dare un contratto equo e diritti a tutte le persone che lavorano (e che spesso in questi mesi difficili  hanno consentito che continuasse la produzione dei beni e servizi essenziali per la nostra vita). Sì, anche questo: legalizziamo gli immigrati, rompiamo il tabù dell’ipocrisia e delle discriminazioni. Tutte le persone che vivono in Italia devono sentirsi parte della nostra comunità, sono chiamate al nostro nuovo patto civico: fra l’altro è in questo modo, solo così, che si garantisce la sicurezza (anche sanitaria) di tutti cittadini, dai lavoratori alle persone bisognose di assistenza. E in tutti i sensi.

Questi aspetti si tengono insieme, fanno riferimento a una visione complessiva del Paese, che noi rivendichiamo come alternativa a quella della destra. Ed è anche una politica ben diversa da quella seguita negli ultimi vent’anni: quella politica che spesso ha indebolito la nostra pubblica amministrazione e i servizi essenziali, che ha svilito il lavoro e favorito l’emigrazione dei giovani, che mentre si dimenticava di investire nell’istruzione e nel sociale lasciava acuirsi le disuguaglianze e il rancore, salvo poi blandirlo con misure demagogiche che hanno ulteriormente peggiorato i nostri fondamentali. Ebbene, quella è la politica che ci ha condotto al declino, perché non ha capito quale doveva essere il ruolo dell’Italia nella globalizzazione, cioè il ruolo di un paese avanzato e giusto. Ed è una stagione che noi dobbiamo lasciarci definitivamente alle spalle Il PD vigila e lavora affinché l’Italia non esca da questa crisi peggiore di come ci è entrata. Ma migliore, al netto di tutte le sofferenze che stiamo vivendo. In fondo siamo in politica per questo. Vogliamo tornare a fare del nostro Paese un faro di benessere e qualità della vita. Chiamiamo a raccolta tutte le energie dell’Italia affinché la Rinascita economica diventi realtà.

Emanuele Felice è il responsabile economico della segreteria nazionale del Partito Democratico

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